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4 aprile 2007

Trasferimento

Mi trasferisco qui perché, diciamocelo, il cannocchiale è scadente, almeno relativamente alla mia utenza. Baci, G. D'Arco




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3 aprile 2007

Joint office

Acchiappo l’ascensore. No, non è vero. Un tizio mi dice corri corri premi il pulsante, io lo faccio, mi giustifico e dopo un istante sono dentro. Lo specchio. Si scruta, apre la bocca, si controlla minuziosamente i denti. Primo piano. Si aggiusta i capelli iniziamo un’altra giornata. A quest’ora? Secondo piano. Scende. Corridoietto tra me e la postazione, quattordici lampade, circolari, accese sopra di me prendono ad esplodersi in coriandoli, e stelle filanti accartocciate, ogni qual volta passo sotto ognuna di loro. Intorno, l’aria è immobile. Taglia il corridoio stretto, da un lato all’altro, un nano vestito da folletto con dei fogli in mano. Si volta, mi guarda, sorride. Ci sono uccelli che cinguettano metallici e polifonici nascosti da divisori e armadi coperti di muschi, e funghi di varia natura. Una colonna sonora comunque festante risuona tra un lato e l’altro del corridoio, aldilà percepisco il vago silenzio di una foresta a notte fonda. Il nano rimane inspiegabile. La postazione diventa una casa sull’albero stretta e condivisa con strane creature. Alla mia destra un cane completamente calvo e con uno stetoscopio collegato alla macchina, ascolta il battito encefalometrico di qualcuno che non è qui. La tecnologia. Dietro, un pipistrello femmina con una maglietta verde, appeso a testa in giù, ticchetta con le unghie stridule parole ad ultrasuoni, incomprensibili e fastidiose. Si volta, mi guarda, sorride. Accanto a lei una galassia di nebulose, grande quanto basta per stare su una sedia, gira annoiata su se stessa, facendo, sbadigliando. La sua presenza è rassicurante, per certi versi. La nebulosa si alza, levitando a mezz’aria e m’invita a fumare. E’ così che deve fare, penso, per assicurarsi la giusta quantità di nubi, motore evidente della sua inerzia. D’un tratto il gufo nero aggrappato al trespolo di legno molle attorcigliato, si emette in una sorta di rutto ma di gran lunga più tremolante e disinibito di qualsiasi altro rutto mai ascoltato. Gli infilo la lingua in gola e una zampa la aggancio al mio orecchio. Mi racconta di un abitante del quadrante nove, settore sette bi ipsilon cappa, della stazione lunare gi pi ti, che si è accorto che nove dei dodici satelliti previsti per le comunicazioni interstellari di massima urgenza sono guasti ormai da più di un anno, e che in caso di emergenza rimarrebbero isolati. Sorrido alla storia del gufo. Calandomi nella parte gli dico di inviare comunicazione d’urgenza all’attenzione del presidente intergalattico che è in turno dalle dodici alle quattordici. Depongo il gufo urtando con il braccio il culo d’uno dei topi (sono proprio dei topi) che stanno sulla mia scrivania; si sveglia e scappa nascondendosi dietro questo faccione con un occhio solo che  improvvisamente s’è aperto, risparmiandomi dalla tempesta di asteroidi che stavano venendomi incontro. Ha dei nei sul mento, grigi, che comincio a stuzzicargli. Si riaddormenta poco dopo. Piomba nella casa sull’albero accanto Marte, o un suo messo casual, che megafonando la sua voce con le mani chiede d’urgenza chi di loro è disposto ad armarsi e partire. Gli vengono forniti nomi. I miei occhi però sono distratti. Un fiore a forma di dolce, striato di blu e nero, le spalle venate di solchi d’aria nel cielo d’estate, è in piedi, dietro al dio. Sono esterrefatto, così come il resto dei coinquilini della casa sull’albero. La mia testa, solo lei, è sul piano orizzontale della sua sedia; è proprio la mia testa, la vedo bene da dove mi trovo. E’ voltata, è bellissima. Si siede schiacciandomi. Per salvarmi evado in un respiro prima del prossimo battito di ciglia.

(Ha ragione mio zio. l'hashish fa male al cervello [cit.])




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30 marzo 2007

Piccola morte.

diciamo che la chiamò, le chiese dove fosse, con chi, e se sarebbe stato possibile vedersi per chiarire l’ultima questione. Anche non avessero potuto, lui, ma forse entrambi, avrebbero fatto in modo di vedersi, poiché le ultime questioni – dal punto di vista cinematografico, erano per ambedue molto importanti. Così dopo i rispettivi impegni, quelli di lui vagamente musicali, quelli di lei conviviali e femminili, si ritrovarono in quel luogo ove tutto ebbe per così dire inizio. L’auto, ferma e con i vetri ancora nitidi e non appannati, ascoltò lui dire qualcosa come. ‘Sei sbronza?’,’si’,’Mi dispiace, forse sarà peggio’. Il suo cuore, un blando plettro per chitarra ormai scheggiato, suonava sulle corde vocali di lui provocando suoni non propriamente orecchiabili. D’altrocanto lei, avendo ben aperto le orecchie, ne subiva ogni stridio e confusionale accordo, mordendosi le lacrime un poco diluite nell’alcool. In realtà, molto probabilmente, dopo quell’iniziale scambio di battute notevoli, preparate giorni prima per l’occasione, i due non si dissero niente. Si rinchiusero nella parole di qualcun altro, scritte da qualcun altro, a immaginare le cose che avrebbero dovuto dire, nel momento in cui la somma delle mosse linguistiche formulate antecedentemente al silenzio, avessero avuto luogo. Ma nessuno mosse alcuna pedina. Entrambi avevano le tasche piene di quelle dell’altro, tutte già mancanti di un morso, o addirittura due nel caso di pezzi importanti. Pare, inoltre, ci debba essere sempre un ultimo bacio, quando certe cose accadono, come per sancire la fine nella speranza d’un eventuale ripensamento. Ma il sapore di baci di lacrime non aveva mai incontrato il loro favore, e le speranze così schiuse, diciamo a fior di labbra, evaporarono l’istante successivo, mentre lei ne rivestiva le crepe con burro di cacao. Lui pensò, durante quel vecchio bacio, che se passando si fosse visti, non avrebbe di certo pensato ad un addio, poiché è raro, rispetto alla consuetudine amorosa, sancire un addio con un bacio, ma che allo stesso tempo questo genere di baci sono considerati di gran lunga più importanti rispetto a tutti gli altri per così dire di routine. Lei, non credendoci, pensò semplicemente che era finita. Così, non si videro mai più.

In realtà ho aspettato quattro ore, da solo, in macchina, il suo ritorno. Delle volte il silenzio era così acuto che l’unica sua manifestazione era lo stridio fischiante del mio sistema nervoso. Eppure aspettavo, dovevo come liberarmi di qualcosa che sarebbe certo stato doloroso, ma di cui coglievo l’esile passaggio nel tempo, appesantendo l’attesa. Nessuno era sbronzo, nessuno cantava. E’ stata più che altro una questione di silenzi, somme scalari di rumori, di presenze, cose così. Non c’è stato nessun bacio, nessuna crepa da lenire. Intorno alle due, due e qualcosa, è scesa da una macchina fermatasi proprio a un centimetro dalla mia. Ho salutato una sua amica e poi l’altra. Ho salutato lei, forse incredula ma nemmeno poi tanto. Aspettare è uno dei gesti d’amore più sinceri, quandanche fosse l’ultimo. Eppure cominciava a piovere, nonostante rimanessimo fermi, immobili in silenzio come aspettassimo una fotografia da intitolare ‘addio’.




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23 marzo 2007

Disimparare.

Ho iniziato imparando a pensare. Ho imparato le persone, che sono buone, ma solo con se stesse, soprattutto quando tentano di odiarsi. Ho imparato ad essere buono, cattivo, poi il buono nel cattivo e viceversa. Ho imparato l’arte, la filosofia, e ho visto quello che c’è dietro, accorgendomi che il più delle volte non è affatto diverso da quello che sta in superficie. Come per le persone. Ho imparato ad avere freddo. Ho finto di avere caldo quando dentro gelava tremando ogni fibra del movimento. Ho imparato a perdere l’equilibrio, a cadere. E ho imparato a ridere quando cadevo davvero. Ho imparato a ridere, di ogni cosa e in ogni cosa. Ho lasciato marcire persone avariandomi nella colpa. Ho imparato a fingere mentendo, pur restando sincero. Se solo avessi qualche altra maschera potrei dire di aver imparato a recitare, mentre ho dovuto lasciare gli altri recitare su di me, io il loro palco, platea, applausi, fischi. E ho imparato a ricordare tutti i sogni che faccio. Ho imparato a comprendere, come fossi uno spazio così grande da poter contenere molte cose. Ho imparato che tutto ciò che scrivo, faccio, dico, ha un significato solo per me e nemmeno per me, e un significato diverso per il mondo, non appena ne varca il confine. Ho imparato a vomitare, a resistere, a non resistere, ai conati di rigetto dell’esistenza e delle esistenze altrui. Ho visto molti occhi ma non ne ho mai imparato il colore per meglio imparare le variazioni diametrali della pupilla. Ho imparato a suonare sulle dissonanze di accordi diminuiti privati della tonica. Ho imparato che la stanchezza è più che altro una questione esterna, e che il corpo è molto più resistente di quel che siamo indotti a credere. Ho imparato l’alba, una volta, e poi un’altra, mentre ingannavo mio padre e lasciavo la sua delusione sotto i miei piedi, nel bosco, ad una festa. Ho imparato l’hashish, la ketamina, l’mdma, i funghi, l’eroina e derivati farmaceutici, l’En, la cocaina, la speed, i trip etc. Ho imparato a riacchiapparmi secondo necessità. Ho imparato ad averne paura perché Gianlu non c’è quasi più ed io spesso mi ricordo in lui. Ho imparato un modo per farmi venir sonno lo stesso. Ho imparato qualcosa di simile al contare le pecore arrosto. Sono un ragazzino per motivi anagrafici, questo non ho mai avuto bisogno d’impararlo – forse di ricordarlo, e sono l’uomo più vecchio e saggio del mondo, e questo l’ho imparato ogni tanto durante la mia vita. Ho imparato che non c’è quasi mai bisogno di esser seri, ma che è importante conoscersi in modo serio. Ho baciato molte donne, molti maschi, e ho imparato che secondo loro bacio molto bene perché deve esistere un modo giusto di baciare, dunque. Ho imparato che il confine legale dell’oscenità è spesso un confine morale, e che alla gente, diciamo ai passanti, poco interessa cosa tu stia facendo se lo fai dimostrandoti felice di farlo. Disilludendomi, però, ho imparato a illudermi. Ho imparato che le contraddizioni non sono così dolorose, che anzi allungano la vita e la vista d’un grado rispetto all’unilaterale visione di se. Certo, ho imparato ad essere monotono proprio per evitare di esserlo e ad essere originale ripetendomi. Ho imparato che i pugni possono essere dolorosi, in faccia, ma ho imparato la dolcezza di sentirmi al sicuro sotto delle buone labbra, dopo essere stato pestato. Ho imparato la differenza tra sentire e ascoltare, e tra guardare e vedere, e ho poi capito che non è necessaria una differenza di questo genere. Ho imparato le differenze tra le cose, questo si. Ho imparato rumori di tutti i tipi. E ad averne paura fingendo di saltare dallo spavento. Ho imparato che chiedere scusa non significa niente. Ho imparato a non accettare scuse, ché le scuse evidenziano solo la colpa, e che non è necessario arrivare a scusarsi. Ho imparato che chiedere scusa può voler dir molto, dunque. Ho imparato a stare zitto, ed avevo cominciato con questa frase.

(tu risponderesti: e ce potevi rimanè zitto. tesoro mio)




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20 marzo 2007

Moto per

Luogo è per me l’assenza, e nessun lato ha questa quando v’entro. E’ la necessità di me non esplicitata, un luogo, è mia madre felice di vedermi tornare e triste di sapermi andato, ma anche il contrario di tutto questo. E’ la mia macchina, che mi conduce in sogno su strade prive di traffico, e la penna quando non penso di scrivere, e un libro quando leggere non è leggere. Un luogo sono quei giorni dove il successivo non ha dopo, né prima, e che non ha bisogno l’abbia, e mi dico vorrei morire ora. I ricordi danno luogo e danno assenza perché il luogo e l’assenza fanno i ricordi. Ora è l’assenza.




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19 marzo 2007

E.

Il cuore è un muscolo egoista; esso continua incessantemente il suo corso nonostante le richieste vane avanzate dal cervello che ne è invidioso. E ipnotico quando si guarda quello di qualcuno battere costantemente per qualcosa o qualcuno che puoi non essere tu. Ho osservato cuori battere e continuare a farlo nonostante il mio chiedesse loro di fermarsi un istante, come per sperare in una sorta di riallineamento comune che ho poi chiamato amore. No. Il cuore è un muscolo aritmico, come l’amore, il cui tempo è l’incalcolabilità dell’istante della sua fine. Anche il respiro è un’altra questione egoistica, che in combutta con il cuore spesso ne decide, o si lascia decidere, la ritmicità. Quando ho provato a trattenere il fiato sperando nella morte, ho sentito il cuore felice di accelerare, consapevole che dopo tutto sarebbe tornato alla normalità. Quando il mio battito s’è fatto flebile di noia indotta, il mio respiro s’è esteso nel vento, ne è divenuto corrente – una parte di essa, ed io ero solo qualcosa di trascurabile, felice, diciamo, ma non lo sapevo.

(ohh, se respiri così ti vengono gli attacchi di panico)




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16 marzo 2007

Cristicchi deve guarire.

Fazzoletto scottex 25x25 superassorbente.
Ore 1.00 ~


Buongiorno,
sto dormendo qui perché a casa l’altra non mi va. Gianluca [migliore amico, n.d.r.] non è un tossico però ha avuto un esaurimento nervoso enorme dovuto a tutta una serie di cose che noi, suoi intimi, non abbiamo saputo ascoltare. Oggi, dopo due notti senza sonno e due giorni senza senso, siamo riusciti a farci fare un foglio per ricovero d’urgenza. Ora è nel reparto psichiatrico del forlanini dove l’ho accompagnato insieme a sua madre [segue sul retro, n.d.r.] qualche ora fa. Domani ho il turno delle 20.00 in ufficio così ne approfitto per riallineare la mia percezione della realtà (destabilizzata dal poco dormire e dal contatto diretto con i disturbi di Gianluca) rifugiandomi qui, per stanotte. Sono distrutto. Vi voglio bene.

                                                                                                  Andrea




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8 marzo 2007

Rivelazioni.

Ore 16.00?

coinquilina: "ma ti sei sbronzato ieri poi?"

non.io: "si, cose del genere. ho giurato nuovamente di smettere, come un ragazzino"

co: "perchè che t'è successo"

non.io: "ho avuto una rivelazione"

co: "capisco..."

non.io: "..."

co: (silenzio) "ah. ho pulito io stamattina, che avevi lasciato un casino"

non.io: (silenzio) "grazie... ma è necessario pulire anche il cortile? non ci pensa franco [il portiere n.d.r.]"

co: (silenzio) "no, mi riferivo al bagno. stamattina era inagibile praticamente però d'una tinta rossa niente male"

non.io: "ho vomitato in bagno?!"

co: (silenzio) "davvero non te lo ricordi?"

non.io: "dev'essere stata la rivelazione delle 4.00"
(silenzi)
non.io: "vado a meditare in camera mia, buona giornata"




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8 marzo 2007

romanticismo is alive

"non c'è scoop. prendiamo le colline hanno gli occhi"
"ma è un horror?"
"pare di si"
"hm. così se ho paura posso metterti le mani nelle mutandine"

(Io vorrei essere Earl)




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22 febbraio 2007

Si0

I muscoli sono corde di contrabbasso stirate fin fuori la tastiera il cui vibrare, rilasciate a frustarmi, risuona dolore. Mi accordo a un semitono dal rumore, dal silenzio trascurabile, girando le chiavette avvitate senza fine sul mio cranio ripiegato in se. La nota, tirata dall’ingranaggio che mi mangia la tempia sinistra, è quella, sento, a darmi più fastidio. Suonato. Le fessure sulla schiena non sono meraviglie d’inchiostro come in quella foto, ma crepe, e i bordi frattali di risonanza. Gli archetti contrappuntano lunghe note strisciate e la mia schiena risponde fuggendosi vibrando, pronta a cedere, lo sento.

(Se non fossi andato al concerto di ieri sera sarebbe stato più bello. il concerto)




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20 febbraio 2007

Doppio vincolo

Banali motivi d'ateismo.

Già il fatto che tu discendi da una mia costola ti avvicina pericolosamente al mio schifo biliare. Anzitutto, poi, mi costringesti a farci rinunciare alla comodità della mia ignoranza per una tua debolezza velenosa chiamata dubbio. Ancora, soprattutto, sopportare le tue grida di madre – di figli che poi s’uccideranno l’un l’altro, e lasciarmi vivere per un tempo, d’un secolo quasi, a cercar la via giusta per popolare il mondo. Ti odio. Perché possibilmente Babele fu costruita per te. E in Egitto, confonderti come mia sorella per avere salva la vita, la mia, quella che non ha chiesto il figlio della tua schiava. No. Non parlerò della circoncisione. Ma di Isacco che ne è figlio. E’ mio? Forse avrei dovuto ucciderlo per questo, per causa tua. Costretto a cercare in Rebecca. Nell’inganno di quell’altro mio figlio, Esaù. E’ a causa tua che faccio questi bruttissimi sogni, e che i miei fratelli mi hanno in odio, tanto da vendermi come schiavo. Sarei dovuto nascere donna, invece di finire nella acque del Nilo. La rabbia, è quella cosa che deve avermi fatto sopravvivere. La stessa che m’ha chiuso gli occhi di morte, vedendoti entrare dove io non avrei potuto. Cristo, lasciamo stare.




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16 febbraio 2007

Filastroccia.

sangue di resina
occhi di foglie
trasforma al risveglio
questo ceppo in carne.



cranio di marmo
sogni di bile
accendi visioni
e fammi sparire.



calcola il gregge
prepara lo spiedo
il loro belare
resterà indietro.



quasi ci siamo
non sento che vuoto
forse mi sbaglio
comprendo assai poco.



rumori non colgo
ma non v’è silenzio
pure il linguaggio
perde di senso.


perdi le funi
di tutto il pensare
spegni la vita
e ritorna a vegliare
.

(Ma a chi ti rivolgi?)




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13 febbraio 2007

In ritardo.

La parola dopo sarebbe stata malato, se per tempo non mi fossi alzato e accomiatandomi non mi fossi diretto verso la porta. Assumo psicofarmaci solo per rallegrare le mie serate o, in extremis d’una di esse, per permettere ad Atlante di risollevare il globo col quale ho giocherellato fino ad un attimo prima di. Di bho. Bho. Ecco, questa condizione, signor luminare, non mi si addice, non voglio mi si addica e se io non fuggissi un istante fa, mi lascerei convincere che è giusto, che altrimenti il sopravvento di alcune complicazioni potrebbe diventare irreversibile. Eppure di irreversibile – che parola meravigliosa – mi pare non ci sia granché. Ma non conta, guarire è necessario. Mi avrebbe costretto a difendere anche i miei stati peggiori, quelli incredibili e da tacere, ridicoli e grotteschi, così vicini quando così lontani, capisce? Non lo so. Com’è fatta la solitudine di un altro? Non lo so. Se la mia è quella sbagliata vuol dire che solitudine non è. Il partito ti osserva. Così non fosse non mi sarei costretto alla fuga. Mi piace, intanto, quando fuggire è più che restare, responsabilizza una parte di me sufficientemente indifesa, quella che per mia madre è ancora da responsabilizzare. Avrebbe inoltre, al solito, cominciato a chiedermi se sapevo per quale motivo mi trovavo lì, se ricordavo il giorno, il mese, l’anno di quel giorno, di quel mese, di quell’anno – che di per sé m’è sempre parso ridicolo – e se avevo una qualche genere di consapevolezza rispetto al mio stato, che per la stragrande maggioranza delle persone in sala corrisponde a quello di.


Subito dopo avrebbe detto malato, se non mi fossi alzato per tempo salutando cerimoniosamente. La farmacia rimane aperta solo per me, a tutte le ore e di tutti i colori, ma è comunque necessario che io faccia in fretta, sento che. Che bho. Sono sulla strada giusta, adesso. I palazzi invisibili per metà, tagliati da scuri di luce. Fossi rimasto avrei perso il solito spettacolo. Qui, ora, verso, invece, percorro con stretto anticipo diversi miei passi. La faccia di questi sconosciuti è come già impressa in qualche parte della mia memoria. Hanno un volto conosciuto? dove ti ho già visto? Non lo so. Mi pare chiaro debba sbrigarmi. Nella natura della fuga c’è già un me che si nasconde. Fermo, ad aspettare, sarei rimasto troppo impegnato a pensare quale di questi giorni è oggi, e se questo sia piovoso, grigio, freddo.


Malato. Questo dirà tra poco. Dovrei andarmene. Non ascoltarlo. Ho tutti questi pensieri strozzati. Strattonando non riesco ad allentare il laccio che stringe il corpetto lungo le pieghe cerebrali. Davvero non ho forza? Vorrei costringermi al sonno, come al solito, pur di non esserci. Quello in strada che non vedo dalla finestra sono io? Lo sento, è già lontano. La lampada sulla scrivania è l’unica meridiana che marca questo che è diventato il mio tempo, dunque? Non fuggo ma non sono più in me.

(Con le persone si può parlare per strati. Raramente quello più profondo è anche quello più interessante.)




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12 febbraio 2007

Quando sono romantico

Se non c’è predeterminazione allora bisogna considerare che tutto il mio agire dipende necessariamente dall’agire del mondo. L’oggetto mente è impotente rispetto al predicato del divenire. La nostra è la condizione dell’effetto, la reazione alle mosse del caso. Lo stesso agire dopo, vale a dire la consapevolezza diciamo d’una certa prestabilita fine, d’un evento che quasi certamente sappiamo si manifesterà (sia esso la morte tra cinque ore, o un appuntamento dal  medico), è la risultante d’una causa incomprensibile – fosse pure l’ultima. La ragione è anzitutto un senso induttivo, la cui reazione è sempre nel come rispondere, meglio, nel come si è risposto, in ritardo per tutte le questioni dell’universo. Per questo, dunque, il passato non fa che metterci in dubbio. Giustificandolo, ragionandoci su, non facciamo altro che chiederci perché?
Il teorema di Rice evidenzia un limite della ragione umana, non delle macchine: l’irriproducibilità del caso, l’impossibilità di comprendere razionalmente la realtà non ha nessun carattere qualitativo però: il limite non è un limite ma un dato di fatto. Questo dimostra la nostra condizione di soggetto logico, o di predicato in una proposizione subordinata – per amor di logica.




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6 febbraio 2007

Mille Ottocento Ottantotto

Mia amata,
 

non m’interessa quanto vivo e profondo possa essere il nostro legame. Se ne reciderò i confini sarà per una banalità, per qualcosa che nemmeno comprenderai, ovviamente. Ogni cosa, per quanto io finga, sta sempre a ricordarmi in che modo mi ami – ed è per questo che anche, riconosco l’amore. Credere nell’amore, purtroppo, non è però esattamente la stessa cosa che amare. Lascio quel genere di faccende agli stupidi, incapaci della propria morte, agli attori – soprattutto quelli privi di qualsiasi maschera, agli amati che sulla mia condizione fanno la propria fortuna, che è la stessa mia fino al momento in cui. Dunque allora amare sprofonda nel come, di nuovo, la tua felicità sia tale solo grazie al mio amarti. Possibilmente, sono addirittura incapace di provare amore, eppure nessuno, sai bene, ama come io sono in grado. Ma straparlo. Al pari di qualcuno costretto a scrivere le cose più diluite di sé. Dire ad esempio d’amarti come, come io so tu vuoi essere amata, e per questo essere traboccante d’amore, assume così un tono meschino. La comune visione delle cose, lo stato attuale del mondo, perché no, è ferma ancora all’umanissima illusione che vuole nell’espressione stessa dell’uomo, la negazione di tutto quello che ci pare di sentire. Ma straparlo nel chiederti di non considerarmi più di questo mondo. La Ragione, oppure il torto, niente hanno a che vedere con l’essere umano quale io sono. Né la volontà, e il suo malcelato subdolo agire, solca più miei passi. E tutto il dire del mondo io lo pronuncio spoglio d’ogni significato, cosicché tu possa accecarti di rabbia o sopraffarti d’amore, fintanto non capirai l’incomprensibile. Poiché solo questo c’è concesso, non più nemmeno la morte, ch’è impossibile morire, ma l’incomprensibile indifferente natura dell’esistere. Vorrei solo il mio silenzio. L’amore è una questione dispari. Tu sai cos’è la disparità? lasciarsi contaminare dal disordine, ad esempio, accettando quello che dell’altro in me si distorce, vietandomi anzitutto di replicarTi in me, poiché la parità vorrebbe tendere all’eguale, che è impossibile, e la cui contraddizione genera dolore. Straparlo. Banalmente per di più. Tutto questo solo perché non credo nell’amore, ma amo. In me, nulla è potenza.

(Cazzo. Questo potrebbe farle male, a dimostrazione del tutto. Pensami sconosciuto quando sentirai male)




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4 febbraio 2007

Ancora Edipo?

Laio

Ero in una stanza d’albergo. Più di motel che d’albergo. Io e una donna, voglio ricordare bionda, sconosciuta ma intesa come la mia, di donna. Una prima parte lascio ricordarla come preparazione d’una situazione successiva, quella in cui uccido mia madre. Io e la bionda alloggiamo in una stanza opaca, opaca per via del sogno, e in una di quelle sullo stesso piano che è il primo, che si raggiungono all’andata passando per un corridoio reggendosi alla ringhiera, alloggia mia madre. E’ inverno, penso, perché ho caldo, ma forse solo perché lei, mia madre, dorme sotto coperte che mi paiono spesse, e bianche. Prima d’arrivarci, nel percorrere il cortiletto sospeso nel vuoto di quel diciamo primo piano, nascondo il fucile da caccia uguale alla doppietta del nonno di mio cugino, cioè il padre di mio zio, ma inevitabilmente più cinematografica, sotto il cappotto nero lungo tipico di me. So che non si sveglierà. E’ mia madre, e mia madre riesce a svegliarsi solo dopo due o tre volte che chiamo il suo nome, magari perché ho mal  di pancia, diciamo. Il motivo per cui ricordo questo sogno, cioè il motivo per cui durante il sogno credo d’essermi detto, Ricordati questo sogno, è il seguente: al capezzale di mia madre prendo un cuscino e lo passo alla bionda, lei lo appoggia sul suo volto e spara. Io guardo. E terrorizzato, per mia natura, comincio a considerare ogni possibile giustificazione all’accaduto. Tornati nella nostra, faccio in pezzi il fucile smontandolo e lo nascondo nella presa d’aria poco sotto il soffitto. La mia coscienza, il grillo parlante diciamo, si manifesta prima in una folla che circonda l’appartamento di mia madre, poi nei lampeggianti di un qualche genere di tutori dell’ordine sopraggiunti. Non sono stato io?

 

 

Giocasta

C’è mia madre, mia nonna, sicuramente mia sorella e una spiaggia di parenti in festa. All’aperto di una campagna, comunque con degli alberi, soleggiata ed estiva. Direi quasi che non siamo tristi. Di tanto in tanto la situazione quale è, intendo isolata con il lungo tavolo ma da campeggio imbandito e disordinato, fa largo, sparendo, ad un’altra più da luna park, ma inevitabilmente più cinematografico, corredato di carrozzoni e palloncini. Pare che l’alternarsi di questi due sogni, durante il loro svolgersi, generi come una sorta di contaminazione dell’uno nell’altro, cosicché rimasugli e detriti del secondo restano impigliati scenograficamente nel primo. C’è mio padre. E’ laggiù a capotavola ma non seduto a mangiare, il pranzo pare finito comunque da un certo periodo di tempo, intento a parlare con sua madre, cioè mia nonna. Siamo distanti, ma riesco con un certa sicurezza non so come, a sapere precisamente lo svolgersi dei di lui gesti. E’ preso dal gonfiare palloncini. Con una bombola del gas da cucina. Già so che sarà terribile. Parlo con mia madre continuando a guardare lui. Sembra un attore di un film muto comico ma con la faccia seria di mio padre. Mio padre ride in un modo meraviglioso eppure m’è sempre parso serio. Poi comincio a chiedermi per quale motivo, tra poco, farà per avvicinare l’accendino al beccuccio della bombola, per controllarne diciamo il corretto funzionamento in modo sbagliato, saltando in aria. E’ stupido. Ma realmente inevitabile. Carbonizzato di fresco, ancora rosato, e con lui una parte di mia nonna. Piango, e banalmente ci rimprovero.




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1 febbraio 2007

L’innegabile evangelicità di Nietzsche

La mia occupazione obbligatoria è pensare. Diciamo una passione ossessiva. Rifletto nel senso che lascio riflettere ogni cosa su di me, traendone conclusioni più o meno interessanti. Pensare, lo dico per quella parte di me che si sente offesa da tanta spocchia, non vuol dire essere intelligenti: tutto ciò che penso è ormai privo di qualità, diciamo di giudizio, compreso nella rassegnazione che di contrappunto mi restituisce una sorta di dominio passivo sul mondo che accade. Per questioni di memoria distorta mi capita poi di rovesciare – come fosse un fluido che cola da uno specchio [vedi matrix] – questi miei riflessi, i frammenti di essi, su fogli, fogliacci, follicoli. Il punto è chiaramente un altro. Incessantemente, per colpa di alcune letture fuorvianti, da giorni ero fermo su un pensiero, una diciamo conclusione, della quale cercavo verifica in me, o nel mondo, o durante il mio cesso – che fa lo stesso. La questioncella verteva sugli aspetti significativi della parola, meglio, sulle parole e i suoi insignificati. Per mia natura immorale, ben celata invero, continuavo a domandarmi sull’importanza del parlare, e del dire. L’esempio blando che più spesso mi correva in mente era: “Puttana”, che in passato, e senza dubbio per tutto il mio futuro – cioè quindi ora – utilizzo in maniera mutevole, dal punto di vista del significato, assecondando di volta in volta la circostanza. Dunque, mi venne da pensare quando fu il momento di pensarci, il significato è riferito, oppure discende, dal me di quella situazione. Di nuovo, non importa cosa ma come la realtà accade in quel momento. Eppure, non capivo. Capita. Voglio dire, non capivo per quale motivo, assecondando questa mia visione delle cose in modo paideistico, cioè riversando questo modo di pensare nel mondo, incontrassi tanto astio nella comunicazione. Ecco diciamo spaurito stile pulcino – tenerissimo – fingevo il tono delle cose e rimanevo a guardare. Poi. L’altra mia metà maschile diluita nel corpo di mio fratello – con la quale, anzi nella quale condivido molte cose di me – mi presta due pagine d’una locandina di Carmelo Bene ove trovo, finalmente:

 

"Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono,

l'intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono

pronunciate. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro

questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi tutto quanto non

può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza."

                                                                                                (F. W. Nietzsche)

 

Non dico che abbia ragione, certo. Semplicemente gli credo.




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31 gennaio 2007

st. ordito

Quel tale, Wittgenstein, ha scritto su wikipedia:

"La tragedia consiste in questo: che l'albero non si piega ma si spezza."

Ora, lo so che non c'entra molto, però mi viene da pensare dunque che la commedia consiste nel fatto che all'albero sta appeso un uomo. Che magari non si riferisse alla tragedia in senso drammaturgico è possibile, ma non interessante, il concetto funziona lo stesso. Uno s'appende, il ramo si spezza e bla bla bla risate dalla platea. Ma quello voleva semplicemente morire, magari.
Tra l'altro Wittgenstein mi sta simpaticissimo e credo sarebbe orgoglioso dei miei google adsense che oggi puntano a: "Sesso - Filosofia - Uomo - Donne".

(Ehiiii, ma quel barolo è dell'ottantatrè!)




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27 gennaio 2007

Fatti, strafatti, ciucchi. Brava gente [cit.]

Conosco S. Lo conoscevo da un po’, ieri notte mi propongo non so perché di riaccompagnarlo. Parliamo, parla lo ascolto. Non ha notato la mia macchina. Strano, penso, è la prima cosa che una persona fa quando non riconosce la mia macchina. E’ una strana tensione, intanto, quella di tutti, perché si confondono, il loro paradigma costruito su di me scricchiola a causa della vernice metallizzata. E’ triste ma è così. Sergio no. Glielo dico e lui pare aver capito questa cosa. Prendo a fingere. Mi infilo nel mio stato alterato e l’ascolto intervenendo con veri pezzi di me che solitamente non direi a uno sconosciuto. Ma tant’è. Domani sera dobbiamo suonare insieme e queste cose magari aiutano l’affiatamento. Il pezzo forte arriva subito dopo il parcheggio. Buonanotte in fumo. Io so che è romantico, quindi parlare d’amore diventa inevitabile. Lo ascolto, ancora, e ridacchio. Dice di sentirsi innamorato, ma gli manca, alla conta dei sintomi, quello che prevede le farfalle nello stomaco. Immagino il suo stomaco pieno di vermi rivestiti di bozzolo. Averli innaffiati di vino li avrà come eccitati, e ora ne sente i contorcimenti emettendosi nei suoi racconti. Non riesco a capire se quello che sento provenire da lui sia vero o meno. Questo non mi succede mai. Di solito credo a tutto ciò che mi si dice, ma non mi fido. Stavolta non mi fido ma ho come voglia di lasciarlo parlare. Per tutta la durata della conversazione non faccio altro che pensare a questo. Tutti i racconti di me sono cuciti su questo pensiero costante. E capisco perché improvvisamente. Mentre il discorso flette su una qualche diatriba sui sintomi amorosi. Lui è quello che sarei stato se non mi fossi successo. In termini di evento ed eredità. Se il caso non avesse inciampato in quel modo, allora, starei probabilmente solo, in questo momento. Penso di dirgli, Sei una bella persona, perché se non mi fossi successo sarei come te, ora, e in questo istante ti direi esattamente queste parole perché questo vorrei sentirmi dire. Il resto è tutto un rimuginare quest ultimo periodo. Le persone reagiscono sempre bene ai miei complimenti. Magari ometterei la parte egoistica della proposizione, non la comprenderebbe, cioè non la comprenderei. Ho voglia di tornare a dormire. Si disfà della clessidra fumosa tra le sue dita. Gelo un silenzio annunciandogli la buonanotte.

(La mia versione stirneriana)




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26 gennaio 2007

Astenersi volenterosi.

Sono fermo, non potrei altrimenti. Credo di provare una sorta di lenta stanchezza, di torpore sicuro. Facciamo finta d’essere in balia d’una crisi crisi creativa – non foss’altro stava per finire l’inchiostro. Forza! e pieghiamoci alle necessità del niente. Sono fermo, dicevo. Per di più impegnato a fingere anche di qua. Cancello. Strappo. Mi passo il foglio sul muso. Non è per l’odore – non foss’altro sono raffreddato ma per il fresco che dal foglio mi s’appoggia sulla pelle. Comunque. Ora prendo un ricordo qualsiasi però inventato e faccio finta ancora un po’ che sia effettivamente accaduto. Lei disse molto soddisfatta che – geniale! – la finzione scenica proseguiva svolgendosi in diversi luoghi e il pubblico – o cazzo! –, itinerando e interagendo – ripete quest ultima parola più volte e sempre con maggior soddisfazione -, al guinzaglio degli attori padroni, se ne stava, il pubblico, buono a guardare. Ma allora, avrei voluto dire io se fossi stato una persona in gamba e meno timida e meno arrabbiata, no, non arrabbiata, magari più convinta. Insomma le avrei detto proprio così. Perché far passare un problema di spazio e logistico per un’invenzione artistica non mi pareva affatto giusto nei confronti di quel teatro scavato nei cessi della mia città. Immeritato tanto arrossire secondo me. Ma rimanevo concentrato su quello che avrei voluto dirle, sulla parola interazione… modestamente mi vedevo dare un calcio in culo o una bella palpata o un bacio…e quindi, l’interazione? e poi questo signor regista, perché signorina ne parla come fosse morto? dov’è? forse si crede morto per un raggiunto e soddisfacente compiaciuto appagamento. terribilmente ridondante, al limite, però già ridondante. Ridondante è una parola il cui significato – ammesso che conosca quello esatto se c’è –, il cui significato, si, lo appresi da una donna grassa, mia professoressa di lettere probabilmente asessuata forse senza marito o ancora peggio con figli. Una raccapricciante dolcissima grassona. Cos’è che pensavo allora di lei… non lo so. Forse cose pessime, anzi. Non lo so. Le piacevo come studente, ma come studente io sono sempre piaciuto a tutti perché sono un leccaculo studioso. Le piaceva il modo mio di scrivere. Credeva di sapere – lo disse una volta ad un mio compagno riferendosi a me con me davanti –, insomma andava in giro dicendo che scrivere mi riusciva facile. Non lo so. Ma non mi sono mai masturbato pensando a lei. Sarebbe stato troppo addirittura per me. Io mi masturbo sfogliando un catalogo di perversioni superficiali ma assurde. Della masturbazione, nella masturbazione i miei soggetti del desiderio i miei, di desideri, li conoscono tutti, e ogni partecipante che asseconda o meno... ma che vado dicendo. Parlavo di me che scrivo, poi di me che mi masturbo. Ora sono fermo. Ma con un mare di cose da fare, da pensare. Per esempio quando sogno. Però no, dirlo qui lo rovinerebbe privandomene forse per sempre. Terribile, certo. Quando sogno per esempio dietro una porta, che può a dire il vero trovarsi ovunque, c’è spesso il mare, o una spiaggia. E’ la cosa più romantica di me. Mi dico, Voglio andare al mare, oppure, Andiamo al mare, molto blandamente, molto infantilmente, e apro una porta. Questa è la cosa più romantica di me. Il resto non molto, gli altri s’accorgono di altre cose ma io no. Per quanto mi conosca, e credo invero di conoscermi bene (perché non mi porgo domande su di me, generalmente mi lascio in pace), fuori è tutto diverso, per quanto mi conosca. Secondo me e secondo gli altri c’è una frattura, no anzi no perché non c’è nulla da rompere. Non c’è semplicemente nulla. Sono io? sono io per lui, loro? non lo so, questa cosa non è interessante. Ma tant’è… Se volessi essere compreso potrei scrivere cose che possano essere comprese da tutti, invece riempio righe di non me. Non è che speri di cavarci qualcosa, di buono, di cattivo, qualcosa insomma, però sperimento. Ma nemmeno… perché esperire è un’azione che richiede una certa partecipazione `prima` mentre il mio è un partecipare `dopo`. Forse è un problema della ragione, il dopo. o meglio il prima. o meglio il tempo. Non è che uno possa qualcosa contro l’esistenza, d’altronde. E per tutto un lungo periodo io pure ho rischiato la vita così, nel prima e nel dopo, cioè nel tempo. Se uno deve fare qualcosa l’importante è che la faccia come si deve. Mi sono sbarazzato degli errori della ragione facendo di quegli errori la ragione. Ma questo è incomprensibile. Vorrei sapermi esprimere come qualcuno della tv, per farmi capire. Fa niente. Voglio dire che una volta scoperto il sottoprodotto `ragione`, sottoprodotto dell’esistenza intendo, è stato facile ritrovarmi come ad esempio nuovo, se vuoi puoi anche definirti resuscitato. Il dolore alla testa è solo conseguente all’incomprensibilità di tutto ciò da parte vostra, degli altri cioè. Vorrei ecco continuare del `prima`, del `dopo`, ma temo di esaurire poi l’argomento e non avere più nulla da dire, e dover smettere di scrivere che adesso mi serve per ingannare un’attesa noiosa anzicheno (anzicheno è un termine merdoso a guardarlo bene: un giullare inopportuno che danza e canta anche quando il re non vuole, o è impegnato in altro. Ma vabè). Ora però se non lascio scrivere questa cosa temo che mi verrà a noia scrivere – e già tre pagine, già tre pagine!, e avere noia di scrivere quando uno finge di scrivere causa noia è ridicolo. Ma tant’è. Una volta da ragazzino, mentre giocavo – pessima cosa – caddi da un castello di legno. No. Orribile. Una volta da ragazzino giocavo con mia sorella e la colpa fu sua, di eccitarmi così tanto il gioco che camminare all’indietro verso un buco-abisso (abisso fa schifo ma è colpa della ragione), insomma verso un buco all’indietro, io, e quindi senza vedere e all’indietro e quindi di schiena per metri e secoli. Per metri perché avrò avuto sette anni diciamo. Per secoli perché il tempo a sette anni è lentissimo. Ha ragione Thomas Mann, in fin dei conti. Una volta ero con una donna bellissima in una qualche piazza centrale della mia città. L’avevo lasciata qualche settimana prima – o forse avrei voluto ma ancora aspettavo. Una scienza di cervello. Dura come la cosa più vera. Insomma io che blateravo di filosofia e cazzate del genere le andavo a genio. E poi mi amava. Cattivo. Però non sapeva accettare ragione, più probabilmente io non gliene davo di buone. Però mi ricordo quella piazza e quella fine e questa cosa del tempo di Thomas Mann e dello sgretolarsi delle montagne e bho. Per una volta mi parve come di esser compreso. Da Thomas Mann magari. E poi da lei che, pure lì, era però già passato per me. Prima! prima avresti dovuto capire. Ma tant’è. Forse nemmeno si ricorderà. Avrà i suoi ricordi da snocciolare. Amo sparire nella vita delle persone, dopo. Sono buono! E’ l’unica concessione che faccio al mio non-egoismo, in amore. Forse. Non sono sicuro di quanto appena detto. Non c’è niente da fare la memoria è una questione di persistenza e iterazione. Certo, ricordo cose che non vivo più. Ma lasciare che esse vivano da sole e muoiano nel giro di quattro o cinque circumnavigarmi, mi fa sperare che l’altro, in amore, possa dimenticarmi in fretta. Relegato nel sogno. Un tempo lontanissimo, certo. Quindi a mai più. E poi la questione dell’amicizia post-relazione è anche più ridicola di questo mio comportarmi. Sarà. Che stavo dicendo. Ah si, della morte. E quella volta da ragazzino di schiena la testa girata. No, prima senza respiro, poi la testa girata. Poi padre e figlio che giocano, mi guardano e non capiscono comunque non accorrono. Se non fosse passato tanto tempo giurerei d’aver pensato, Forse adesso muoio. Ma di morte nemmeno l’odore, quella volta.
Mi sono rifocillato e ho perso tempo, quindi tutto ciò che ho detto fino ad ora non ha praticamente più significato. Nel senso che ne ha, ma è irrecuperabile. Ha lo stesso identico significato a ben guardare ma se dovessi continuare a dire di quell’argomento non avrebbe più significato per me, che ho subito una irrimediabile modificazione interna. Questo perché stavo scrivendo cose nell’attesa di altro, forse della pausa pranzo appunto. Prima era diverso, tutto, quindi ritornare a un me che già prima non aveva niente da dire… Un pompino sarebbe perfetto, ora. Quello che nessuno si aspetta io lo vorrei nei posti più inaspettati. C’è questa cosa del sesso che però credo sia importante. Parlarne oggi mi è superfluo. Quindi ne parlerò ieri. Mi piace definire la prima ricca mia scopata come il letto sul quale persi l’infanzia. Sapevo già tutto. Perché ero innamorato e perché ho sempre avuto una cultura del porno fuori del normale. Lei credeva che io fossi una ragazza mentre, e la cosa mi fece piacere non poco nel sentirmelo dire. Io credevo che Lei fosse un pachiderma e la cosa lei la sapeva quindi non ci fu bisogno di ribadirla. Inoltre io sono convinto che, in quell’amore assurdo sia nascosta una parte della radice della mia simpatica cattiveria. La chiamo dinamica della prima esperienza, e finché uno non si rende conto che invero la prima volta di ogni cosa, per quanto forse la più intesa, che la prima volta insomma non ha poi così fondamentale importanza. La ragazzina che ho dentro, fortunatamente poco più su dell’inguine, ogni tanto mi dice che fu bellissima la prima volta, controtendenza derivata dalla mia non-adolescenza. Si, ha ragione certo, ma non è questo il punto. E quale allora? Non so, non ricordo. Ah si, il porno. Il fatto è che qualsiasi cosa, per mio difetto, a questo punto solo per mio difetto, esiste solo fuori di me. Fuori nel senso che per quanto mi possa colpire o uccidere mai arriva ad intaccare… no, aspetta, non è così cinica la cosa, o forse si anzi. Oggi pare che tutto abbia un’importanza fondamentale. La cosa peggiore è tendere a denaturare l’importanza delle cose considerando questa non-importanza, molto importante. Non ci siamo, non è chiaro nemmeno a me. Quello che mi succede dev’essere simile a quel tipo distaccato atarassico che di nulla si cura ma completamente partecipa. Io sono la qui ed ora. Per mia volontà? No, la maggior parte delle volte no. Ho imparato, per così dire a mostrarmi nascondendomi, o arzigogoli simili. Ecco, vedi? è proprio così. Però vorrei saper tendere a tutte quelle cose che non mi causano questo disturbo, questo distacco per intenderci. E poi perché ho tirato tanto la mia sensibilità da sbrindellarla. Ho giocato, gioco sempre. Sono convinto che sia una questione di resistenza, sentire. Ad esempio ecco io sento e continuo a sentire fino allo sfinimento e questo l’ho fatto per ogni cosa e per ogni anno. Per questo mi sento vecchio da sempre. Per questo ora mi faccio ridere. Sento ancora? E già che uno dovrebbe morire quando non sente più niente, ma questo è impossibile da dire. Ma che sto dicendo. Vabè. Da qualsiasi punto si inizi, da `prima` o `dopo`, sempre alle proprie spalle ci si appoggerà morendo, infine, credo d’aver letto da qualche parte. E ora avrei un grave impegno fisiologico ma la cosa che stavo scrivendo m’interessava tanto. Cioè, per mia natura dissociativa e indifferente, interessava un certo tipo di me. Uno cerca sempre di incolpare qualcuno diverso da sé. Ma. Mi duole la mano, diciamo. Però m’incuriosisce il pensiero di pensieri futuri, corrotti da intermezzi incontestualizzabili. Bene. La cacca. Pensavo a questo poco fa. Però ora ricordavo altro, e poi sempre a ricordare, ricordare. Una volta ho fatto una pernacchia a un tizio meno ubriaco di me che aspettò la mia sorpresa per pestarmi. Solo. Ero completamente solo nonostante vicino avessi mio fratello che sul mio finire, accigliato e deluso pose fine alla diatriba internazionale. Ero all’estero e di quel viaggio non ricordo quasi praticamente nulla. Però tumefatto, qualcuno mi tolse le scarpe e mi diede un bacio. Dio che bacio. Caldo, di madre. Di qualcuno preoccupato per me. Non succede sempre. Però succede sempre a prescindere dall’amore. Per questo uno s’innamora. E’ una cosa bieca l’amore delle volte. Io avrei voluto fosse diverso, ma io voglio sempre il rovescio delle mie cose, creandolo altrove, tanto per fuggire dalla noia. Prendi lei, ma anche tutte le altre. Spesso vorremmo fosse finita solo per sapere di quanto lo schifo possa accumularsi ancora per svettare alto, immenso schifo nemmeno doloroso ma piuttosto incredulo. Porco dio. Tutti a lamentarsi di questo schifo di tempo che è sempre come uno s’aspetta e quindi non stupisce più dopo un po’. Tutti a lamentarsi dei piacevoli obblighi propri. Ma perché! Perché vi cercate il male dentro. Evidentemente ascoltate poco. Orecchie aperte solo su di voi. Ma è normale. Strano è che io commetta l’errore di ascoltarvi. E poi. Il mio Male è mio. Cosa ne vorreste capire. Ecco ad esempio uno che avesse capito questa cosa probabilmente avrebbe capito pure me. Macchè. Perché, No, sto divagando. La smetterò qua con le scemenze. Invece ecco ripensavo a prima. Questo perché ho riletto tutto e corretto addirittura, ma non nella sostanza. Al `prima`, al `prima`. C’è questa faccenda del tempo che non so dirti, pare sia tutta sbagliata. Il problema è l’errore. Ah! ma che dici! ma si, questa faccenda della ribellione forzuta del mio cervello. Come è stato possibile qualcuno me lo dirà magari un giorno. Come è successo che per me ogni cosa è, No, soprattutto quando è generalmente, Si!, soprattutto. Non ti dico se poi questo si è di qualcuno che mi sta attaccato ai lombi – quanta volgarità in certe innocue parole. Aldilà… non sono stato educato all’obbedienza. A quel tipo di obbedienza della mente, alla mente. Ecco si. Io credo che mai mi sia stato insegnato, mai! mai ho imparato a credere, a prenderla nel culo con calma. No, passione e impeto. Strud el Punk. Macchè, macchè. Probabilmente ho scelto l’obbedienza, quella a mia madre e alle sue evoluzioni sociali in me. E poi ho visto che no, che se si obbedisce a qualcuno che può non esserci diventa solo una questione di fede. Dio, di non fede, perché io tradisco tutti. Suvvia non essere severo. Non potevi sapere, allora come ogni tanto oggi, che l’obbedienza è questione di controllo che quando si sposta altrove, come nella mente, questo stesso controllo s’indebolisce e resta schiavo d’un qualche altro obbedire a casaccio. Pare che io non abbia personalità. In effetti è quello che mi rimprovero da quando me ne hanno parlato, della personalità. Ti amo. Stucchevole andirivieni pomeridiano di pensieri altrui. Questo, e i due periodi successivi verranno probabilmente cancellati dal me di `dopo`, quello che vedo sul letto, sfatto, lui, sporco, il letto. Poi, parlare d’amore così, per chiavi primarie dialogiche, ehiehiehi -, subito dopo essersi dato del traditore, cosa fa di me? Uno stronzo, risponderebbe mia madre, ma lei risponde sempre così. Aggancio: mia madre è una santa donna, quindi per rispetto sarò costretto a parlarne come quando fosse morta. Era. Fu. E poi vorrei soffrire del complesso di quello del padre ucciso tanto per avere un padre da uccidere. Ma no. uccido mia madre qui e invento un nuovo padre. Un altro? Si, io. Buffonata pseudo-psicologica comunque. Mia madre tra l’altro ricorda più Edipo che la sfinge. Era una donna con dei seri problemi di salute che tutti abbiamo sempre sottovalutato, increduli di tanto accanirsi da parte di un dolore qualsiasi. Per questo credo sia morta. Curava da sola ogni suo male. soprattutto curava di più ogni sua cura, prescrittale dal medico, suo amante preferito credo al tempo dei miei tredici anni. Vacca che botto gli deve aver fatto il cuore. Fortuna non ero lì. Non sopporto i morti. Cioè. Non sopporto i vivi che stanno dietro ai morti. Ma quello che non sopporto io non importa. Fatto sta che più di tutto mi ha sempre sconvolto l’attesa di quel momento. Ma basta. Mia madre è viva e io non riesco a pensarla morta. Per questo non ne parlerò più, perché dire qualcosa di qualcuno ancora vivo, scriverlo ad esempio, significa ucciderlo, ammazzargli il futuro pronto a negare quello che era. Solo che volevo parlarne. allora parlerò di mio padre. Vivo o meno non importa. Importa che io non so chi sia Egli. Wow. Distacco. Nacque nella mi stessa città solo che ci visse di più. so che una volta uno gli diede un pugno in pancia che aggravò le condizioni della sua peritonite. Credo sia andato in coma, mi pare m’abbia raccontato di qualche visione ospedaliera mistica. Però i componenti maschi della mia famiglia, io e lui cioè tendiamo a ripeterci il meno possibile. Il meno possibile, tendiamo, a ripeterci. A ripeterci, il meno possibile, tendiamo, io e lui. Per fattori stilistici. Perché credo, anche in lui, questo demone dell’inferiorità, della derisione. Qualcosa di primitivo che può essere solo suo e che assomiglia alla sua paura. O forse questo sono solo io riflesso nel suo specchio vuoto. Però mentre scrivo m’accorgo pure che la calligrafia è mutata in modo imbarazzante e, non voglio dire somigli alla sua, ma ricorda certi girelli armoniosi della firma di mio padre, in corsivo, della firma di mio padre. Solo della sua firma ch’è la cosa che ricordo di più di lui. Vorrei che questo fosse un segno, e in effetti materialmente lo è. Sono un buffone. Passo ore, no di meno, buoni minuti a riflettere sulle parole. Leggo rivaluto decido cambio e via così, poi scrivo. Mi svelo un segreto. Fare questo tipo di cose nel mio stato drogato di ora, è un colpo all’autostima. Il solito discorso di non capire se in questo stato quello che si fa è corretto. E’ imbarazzante lo so. Fior di persone, metti mio cugino, in questo stato danno il meglio di se. Ma perché a me succede di non essere più sicuro di niente ora. E’ assurdo e mi chiedo quanto questo possa esserlo ancor di più per qualcuno dei non-drogati presenti in sala. Dicevo. Cancello periodi morsi da un qualche dubbio. Il problema è che correggo pochissimo per una questione di pigrizia. che poi non è così problematico in fondo. Ma se prendo a fare qualcosa in questo senso e in uno stato d’eccitazione indotta allora sento di avere più probabilità di non soddisfarmi. Che imbarazzo. Non può essere pure questo la droga. Però vabè. Non è che non lo faccia. Rimane solo una versione imbarazzata della cosa. non meno sincera, diciamo sincera ma tutt’altro, di qualsiasi altro rovesciarmi a casaccio. Bene. vorrei ricordare quale fosse l’inizio di tutto questo lungo discorso però. Risalire ecco, all’indietro verso… perdente. Non ricordo. Perduto pare l’inizio. Dove non so, l’altro è sparito. Infilato, sono il rovescio di me, lì. Ha come spinto girando un muro di palpebre cacciandosi in un buio dietro. Rieccolo… eppure da qualche parte avrà pure avuto inizio questa diatriba.

 

FIN

(Controtendenze: Il post meno commentato della storia. se fosse possibile fare la conta dei non-commenti, probabilmente, spero, questo vincerebbe tutte le classifiche. Si, certo, cerco di sviare il mio disinteresse per la questionecella [questioncella è un parolone coi contro coglioni, qualsiasi cosa ne pensi la crusca.)




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22 gennaio 2007

Anche quando sogno sono una testa di cazzo.

La camera da pranzo è quella della casa dei miei genitori, dove me ne sto rintanato in un armadio stile giapponese – come quelli di Doraemon – con ella, detta Kiwi, sdraiato, io su panetti di lenzuola bianche, lei sotto, incastrata nel mio fianco dal mio braccio, e guardiamo fuori sul terrazzo che è decisamente quello di quella casa ma non più al quarto piano, ed esteso come un campo di fiori, mentre tra lenzuola stese, nascosto da, Sigmund Freud si lascia masturbare da un non so chi comunque calvo dai capelli neri, mentre ella, detta Kiwi, ed io, prendiamo a far l’amore – oppure io prendo a far l’amore con lei, fa lo stesso – eccitati dalla romanticità della situazione. Buio. Dopo l’amore, e il sonno comune, il risveglio corrisponde ad un letto di una casa al mare [possibilmente invece potrei essermi risvegliato e riaddormentatomi su un altro sogno, ma vabè], la cui veranda fornita di sedia dondolo stile Cletus il bifolco allocco, è abitata da diversi personaggi che lascio intendermi essere parenti stretti di ella, detta Kiwi e tra i quali sta un ragazzo a petto nudo che incuriosisce la mia gelosia di finocchio, fino a quando a due passi dalla riva scorgo nell’acqua tra i flutti galleggiare, una grigia testa di polipo grigio – molto grigio ricordo, con gli occhi neri stile emoticon dolce e rotondo, al quale rivolgo tutto il mio insondabile, a lui e ad ella, detta Kiwi, esternando: “pensa un’apparizione del genere cosa avrebbe potuto causare in una popolazione primitiva”. Luce. Cioè, buio.

(Non posso dirvi che stamani ella, detta Kiwi, m'ha letto l'oroscopo imbarazzata dal fatto che l'astrologo di turno avesse usato Freud per un qualche genere di metafora zodiacale...)




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10 gennaio 2007

Espressioni della mente.

Davvero scrivo. Non c’è niente di male. No. Non così, era decisamente più seria la questioncella. Dunque. Questo faccio: dimenticare. Per tutto questo tempo, per tantissimo tempo fino a un certo punto s’intende, lasciavo sui foglio – o credevo di, non saprei – i miei ricordi tali e quali a com’erano. Ricordavo certo. Aldilà del contenuto dell’inchiostro, sotto qualsiasi forma lo scritto si manifestasse insomma, lo diciamo spirito dentro i miei scarabocchi meccanici, era diretta conseguenza dell’unilaterale visione, o interpretazione, ecco, della realtà. Diciamo un errore però privo della sua consapevolezza. Bene, si, un’idealista in sostanza. Poi. Vuoi congiunture astrali insondabili, vuoi normale diciamo evoluzione interiore, scrivere, nella fattispecie, m’ha girato le spalle, come altre moltissime cose nella mia esistenza, allora, voltandomi verso l’altro, verso anche il contrario. Da diversi bagliori di tempo e sempre più luminosamente, per come sento, scrivere e moltissime altre cose della mia vita divengono in me tutt’altro, diciamo posizionandosi in luoghi di me fino a poco fa sconosciuti. Ad esempio scrivere scivola in un passato sempre più approssimativo, frastagliato d’invenzioni e cose che quasi mai diventano quello che erano. Qualcosa che mi ricorda dimenticare, che invero è impossibile.




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10 gennaio 2007

Bhu!

Nella parte sinistra del mio cranio vagava un sonnambulo in corsa, comunque addormentato. sento sai cosa? come qualcosa di troppo caldo e troppo fuori misura per stare dov’è. un grosso culo ingombrante che s’assesta impossibile tra di qua e di là. questo nella testa. perché nella bocca invece sul lato sinistro qualcuno o qualcosa spinge verso l’alto. verso quel culo senza spazio. che continua a barcollare. cadendo. nel senso perde l’equilibrio e appoggia le sue mani grassocce e a stella piccole dentro sotto verso l’alto. s’aggrappa perché lo caccio forse. fa male. perché graffia. questo dolore meccanico. male oliato. Mi sono tenuto la testa in una mano per minuti forse ore. non è una testa questa mia testa. non è così che la credevo fatta. a me non pare fosse quella cosa che tenevo stretta tra pollice e mignolo. dovrebbe essere almeno il doppio, il quadruplo, in modo che tutto dentro ci cada minuscolo e sperduto. oppure anche fosse metà di quel che è. o tutte e due le cose ma nella giusta alternanza. Ma. il maglione sfilandosi ha sbuffato una testa di fumo. il sonno a breve correrà appresso al dolore. e.

(Fermala fermale fermala.)




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8 gennaio 2007

Castalia

Il pregiudizio è il sesto senso nell’essere umano, fallace come la vista ma più inesperto. Le persone carismatiche, nelle quali il pregiudizio è sviluppatissimo, sono tra le fortunate a saperlo usare. I cavalieri dello zodiaco, ricordo, posseggono addirittura il settimo – la cui funzione mi sfugge ora – il che vuol dire che da un certo punto in poi l’uomo cercherà le proprie percezioni dentro di sé. La cosa è fattibile; nemmeno troppo faticosa, ma il significato mi sfugge essendo ognuno una percezione a sé. Il settimo senso dov’essere quella cosa che fa essere Sirio un drago verde, Andromeda una problematica checca. Il senso dopo il pregiudizio, è la personalità.

(Castalia non vuol dì niente)




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6 gennaio 2007

Estaetico

A ben pensarci qualsiasi cosa non sa quel che dice. E’ appoggiata, diciamo ricamata sulla superficie di un qualche genere di chiamiamolo oggetto di forma possibilmente sferica comunque circolare. Noialtri che ogni tanto ci siamo pungolati ricamando, gocciolano oltre quella cosa diciamo qualsiasi parola, vorremmo da allora poterci dissanguare aldilà di tali cose. Mi viene in mente solo la morte relativamente ad un eventuale termine di suddetta emorragia.
Mi capita di scrivere cose, periodi diciamo che unicamente possono riflettere un’infinità di significati. Si lo so è sbagliato poiché pare l’arte debba essere precisa per poter esistere ma non posso fare a meno di notare che davvero io non so cos’è che Lei diciamo una Maddalena di Munch voglia dirmi e quindi aggiungerei che probabilmente la comprensione non è così necessaria all’arte, quella che fa della percezione il suo diciamo petrolio – l’arte della mente è inevitabilmente più lenta, quasi meno intensa. Lo stordimento del sussulto – che invero raramente si prova di fronte a qualcosa chiamato arte – è ciò che lascia avvertire una sorta di universalità con tanto piacere, o anche semplicemente una relazione aldilà di sé, un non-sé manifesto. Tanto che l’arte, mi viene da dire è simile a una non cosa, ad esempio se volete l’amore, delle volte, la solitudine, altre.


(Oddio...)




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5 gennaio 2007

E' chiaro.

Mi sento come ieri? e poi, ieri, quand’è? Voglio dire come si misura un giorno? in base al sonno? secondo la quantità di luce o buio? oppure secondo la regolazione imposta dagli obblighi sociali? …? Non mi ama più? l’amo ancora? e lo specchio ha la stessa quantità di barba di, quando? mi ricordo di ieri? e poco fa cosa ho fatto? Ora proviene da? e dopo sarà il frutto di? E’ l’effetto che determina le proprie cause? e queste possono determinare un effetto qualsiasi? E’ così che funziona? è questa la risposta? Rispondersi?

(?)




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4 gennaio 2007

Paure condizionabili in ordine di grandezza calante.

Interno.

 

Essere colpito da un fulmine. La casa in macerie possibilmente con me sotto causa fuga di gas. Un pneumatico che, a caso, esplode a centosessanta o giù di lì chilometri orari, o, anche, un camion normale che invade contromano e, saltando, la mia corsia. Il divieto alcolico sugli aerei per alimentare la mia paura del volo. Non riuscire a corrompere il malvivente di turno con la mia vita tra le mani. I fasci. I nazi. Gli skin fasci. Gli skin nazi. I robbosi* senza una lira. La pula. Omero, gomito, ulna, radio, carpo, metacarpo, dita rotte in una qualche maniera.

 

            Esterno.

 

Kiwi, madre, sorella, padre, fratello, ditintolyn, morti a caso insieme o separatamente. Restarci sotto. Restarci. Tramutarmi poi nel mio alter ego impiegatizio. E non avere più mal di testa ricominciando a usare la vista. Regolare l’esistenza attraverso uno o più segnali orari. Accorgermi di avere troppo poco tempo a disposizione e quindi fare le cose con calma. Poi c’è questa cosa recente, di non ricordare quasi più i sogni che però mi pare sia un buon segno in fin dei conti. Smettere. Sentire bugie equilibrate e lasciar correre. Seriamente, mentire. Riuscirci. Macchè, più che altro non essere più creduto.

 

 

 

* Tipico tossico trasteverino e non, post-indulto.

(si vede, è?)




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31 dicembre 2006

Rapporto encefalomedico #984984:

Uscivo dalla macchina. Non pensavo che un colpo improvviso sul volto potesse fare tanto male. Dev’essere l’effetto sorpresa a dolere così tanto. Voglio dire che probabilmente la fabbrica adrenalinica era impreparata al crack finanziario per prodursi in un fatturato diciamo almeno non passivo. Da dove è secreta l’adrenalina poi? In una qualche ghiandola nel naso probabilmente che mi pare stia formicolando in maniera sempre più dolorosa. E’ un dolore acuto quello d’un colpo al naso. Nel senso che se dovessi pensarci solo con le orecchie lo figurerei come acuto. E crescente. Qualcosa che pare lì per esplodere ma che invece è il frutto d’un esplosione duratura. Uscivo dalla macchina e il primo colpo è stato al naso dunque. Lo sportello della mia vettura poi s’è scansato schifato, al mio chiedergli aiuto e così ho sbattuto i denti e tutto il resto sui pietroni disposti in fila sul bordo del vialetto, limite massimo dei miei parcheggi. Alla prossima riunione di condominio mi alzerò e in modo assai serio farò presente a quegli sconosciuti che qualcuno – ammiccando verso il portiere – dovrebbe disporre più ordinatamente i pietroni. L’angolo sbagliato di quello più grande, ad esempio, ha fracassato la lente destra dei miei occhi, ora, e gli altri, tutti, sembrano incendiarsi sotto i miei palmi. Ma resterò in silenzio, anzi probabilmente non parteciperò. Dunque poi – devo essere stato preso a calci ma a quel punto già la soglia del dolore era stata superata e l’accumularsi del resto aggiungeva confusione e torpore e nulla più. Il dolore alla testa è quello che ancora sento non voler svanire.

(Un aulin. Ad esempio)




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30 dicembre 2006

Bravi

Carmelo Bene ha risolto il problema estetico di tutto l'accrocco teatrale e voi lo ignorate? Stupidi coglioni.




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19 dicembre 2006

Cose che non devono accadere

Lei entrò che lui suonava. Non faceva altro da giorni. Quindi l’interruppe scocciandolo. S’era accorto di lei da non so quanto e da allora aveva costretto la sua concentrazione a non badarci. Poi, fu inevitabile. S’interruppe girandosi. Lei non s’era ancora tolta il cappotto, ne le scarpe, e ancora non era sdraiata pigra sul letto come avrebbe dovuto fare. Lo faceva ancora? da quanto non la vedeva. Pareva piangere, non foss’altro stava suonando una cosa commovente proprio per i suoi passi arrivare e prima per altri profumi e vibrare vari che di lei aveva in testa. O qualcosa del genere. Eppure non succedeva. Il passo aveva agito fuori tempo, fermo immobile di radici come infinite battute di pausa. Piangeva. Lui rimase seduto tutto il tempo. E ora non ricordo l’arguta controrisposta che per momenti del genere aveva preparato, studiando giorno e notte. Davvero non ricordo, possibile non abbia avuto occasione di pensarci. Dopo, rigirandosi sul piano, s’immaginò gridare d’un urlo che i suoi pugni sui tasti non poteva superare e rigirare il grosso letto e lanciare infrangendo un bicchiere. Contemporaneamente. Ricordò la risposta arguta.

(Così vanno le cose, così devono andare... [cit.])




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sfoglia     marzo       

"IO SONO IL DOPODOMANI. - tutto
 quello che leggi, tranne diversa
 specificazione, è MIO. se hai
intenzione di usarlo senza chiedermi
 il permesso fallo, poi chiediti perché
 io sono io e tu sei tu."
(rubato a plastica.)


1a regola:
    - La curiosità del "mio" gatto
      viene prima di molte cose.
      Sicuramente prima del mio
      sonno.


7a regola:
    - Tommy the Cat is my name...     

3a regola:

    - "La verità non esiste"
      "Ma è un assurdo"
      "Appunto."

2a regola:
    - Conosco me stesso:
      ognuno conosce l'Andrea
      che si merita.

5a regola:
    - "Thelonious Monk".

4a regola:
    - Non scrivo sempre di ciò che sento,
      spesso invento di sentire
      qualcosa e scrivo relativamente
      alla mia invenzione.

10a regola:
    - Sono uno spendaccione.

8a regola:
    - Ci sono poche altre cose
      importanti come il mio
      lavoro, la stabilità
      economica e la famiglia,
      nella mia vita.

5a regola:
    - Se proprio devo farmi un complimento,
      caro Andrea, di me ti dirò che adoro la
      tua persistenza nel sorridere,
      dopo aver sorriso.


6a regola:
  - 
       Fuggo?

9a regola:
    - Ho credito illimitato nel
      casinò della mia vita.


Oddio questa cosa è meravilliosa: